Omelia durante l’adorazione della “Notte dei Santuari” del 31 Ottobre
Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace!
Stasera, alla stessa ora, in tanti santuari d’Italia le porte sono rimaste aperte. Fuori è la notte di Halloween: ragazzi in maschera, zucche accese, un po’ di paura per gioco. Noi siamo qui, davanti all’Eucaristia, e possiamo restarci con calma.
Matteo apre il discorso della montagna con un particolare che di solito saltiamo: «Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere». Prima di parlare, guarda. Vede la gente che lo segue e si siede, come chi ha autorità ma resta in mezzo alla sua gente. Prima di rivolgere loro un discorso così importante, li guarda.
Stasera è lui a guardarci per primo, e non dobbiamo dimostrargli niente.
Quando Matteo scrive «poveri in spirito», ha nelle orecchie una parola di Isaia: «In luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umili» (Is 57,15). Dio, dice il profeta, ha due case. Una è il luogo santo, il santuario. L’altra è il cuore di chi è piccolo, di chi ci è accanto e spesso neanche notiamo.
Credo che le parole di papa Leone scelte per questa veglia, «Aspirate alla santità, ovunque voi siate», si capiscano da qui: se Dio sta presso gli umili, lo si trova anche fuori da queste mura, dovunque ci sia qualcuno che si affida a lui.
C’è un modo di leggere le beatitudini che a me aiuta molto. Prima di essere una strada per noi, sono il ritratto di chi le pronuncia. Il povero, chi piange, il mite, chi ha fame di giustizia, il perseguitato: è Gesù. Israele aspettava un Messia potente, ed è arrivato lui.
E così lo abbiamo davanti anche adesso. San Bernardo, nella lettura di poco fa, dice che il nostro capo «si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra». Un po’ di pane.
Francesco non riusciva ad abituarsi a questo, e ai suoi frati scriveva:
«O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio» (Lettera a tutto l’Ordine 22,28).
Una beatitudine stasera sembra fatta apposta per noi: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio». Nella Bibbia il cuore puro è il cuore non diviso, che guarda in una direzione sola.
Francesco pregava i suoi frati così:
«… allontanato ogni impedimento e messa da parte ogni preoccupazione e ogni affanno, in qualunque modo meglio possono, si impegnino a servire, amare, adorare e onorare il Signore Iddio, con cuore puro e con mente pura, ciò che egli stesso domanda sopra tutte le cose». (Regola non bollata, 22, 25-26).
In adorazione lo si impara a fatica. Ci si mette in ginocchio, e dopo due minuti la testa è già altrove: il lavoro, una telefonata da fare, un pensiero che non ci lascia. Capita a tutti, capita anche a me.
Non importa. Si riporta lo sguardo sull’ostia e si ricomincia, tutte le volte che serve.
Chiara scriveva ad Agnese di Praga: «Colloca la tua mente nello specchio dell’eternità» (3LAg 12). Davanti a uno specchio non ci si affanna per fare qualcosa, si sta. E chi sta a lungo davanti al Signore, poco alla volta, diventa simile a lui.
I santi che domani celebriamo hanno fatto questo, ciascuno a modo suo. L’Apocalisse li vede «in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello». Come noi adesso.
Tra poco farò silenzio e vi lascio una proposta. Scegliete una beatitudine, una sola, quella che oggi vi ferisce o vi consola di più. Portatela qui e chiedete al Signore dove la si vede in lui. Poi lasciatelo rispondere, anche se la risposta tarda. Domani provate a riconoscerla sul volto di qualcuno che incontrerete.
Nell’Eucaristia di domani sera torneremo tutti su queste parole. Per stasera basta stare qui con lui.
Omelia della celebrazione eucaristica nella solennità di tutti i Santi del 1 Novembre
Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace!
Oggi pomeriggio molti di voi sono passati al cimitero, e domani ci torneranno in tanti. Chi ci va al tramonto vede una cosa che conosciamo fin da bambini: le tombe accese di lumini, come prati pieni di lucciole in pieno novembre. Davanti a quei nomi e a quelle fotografie spesso sbiadite dal tempo, prima o poi, sale una domanda che ci inquieta. Dove sono? Che ne è di loro?
È la stessa domanda della prima lettura. Uno degli anziani chiede a Giovanni: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». E Giovanni risponde come risponderemmo noi: «Signore mio, tu lo sai».
Non lo sa neanche lui. Allora l’anziano glielo dice: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione».
Dalla tribolazione, cioè dalla malattia, dalla guerra, dalla fame, dalla persecuzione, e anche dalla fatica ordinaria di ogni vita: il lavoro, le relazioni familiari e sociali, la salute. Sono «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua». Per il servizio che mi è affidato nell’Ordine Francescano quest’anno ho incontrato frati e fedeli in paesi lontanissimi tra loro: il Brasile, la Papua Nuova Guinea, il Madagascar, l’Ucraina, la Terra Santa. Ho visto tante persone vivere il Vangelo senza nessun riflettore, in posti dove credere costa caro. Tra poco più di 2 mesi sarò in Nigeria per aprire la nostra presenza di Frati Minori, in un Paese dove credere costa caro, anche la vita, tanta è la persecuzione. Quando leggo questa pagina penso a loro. La moltitudine è già cominciata, e in buona parte è fatta di gente che nessuno conosce, sono i santi anonimi.
Come si entra in quella moltitudine? Perché si è eroi? Perché si è perfetti? No! Il Vangelo di oggi risponde. Gesù sale sul monte, come Mosè, e consegna una legge nuova. E come inizia questa legge? “Voi dovete”? No! La comincia con una parola che apre il cielo: «Beati». Felici, veramente felici coloro che sono poveri, miti, umili, misericordiosi.
Notiamo come è costruito il testo, perché c’è un dettaglio prezioso. Nella prima e nell’ultima beatitudine Gesù usa il presente: «di essi è il regno dei cieli». In mezzo, le promesse sono tutte al futuro: saranno consolati, avranno in eredità la terra, saranno saziati, vedranno Dio. Il futuro che ci aspetta, quello di Dio, è già vivo nel nostro presente, noi non aspettiamo la vita che deve venire, l’aldilà, non c’è l’aldilà, in questo presente Dio è già presente e già ci riempie della sua vita eterna che sarà pienamente manifestata alla fine del tempo e della storia. Ai poveri il Regno di Dio appartiene già adesso. Se n’era accorto un monaco cistercense del XII secolo, Guerrico d’Igny: il Signore, scriveva, non dice «sarà loro il regno dei cieli», ma «è loro».
San Giovanni, nella seconda lettura, dice la stessa cosa a modo suo: «Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato». Quel «fin d’ora» è il segreto dei santi. Chi è santo? È il credente che ha scoperto di essere figlio amato di Dio prima di essere perfetto, che non mette sé stesso e la sua perfezione davanti, “così poi Dio mi amerà perché sono bravo”, si scopre figlio amato, per questo sa che Dio lo ama e lo può far diventare ciò che lui mai potrebbe aspettarsi di essere. I Santi hanno scoperto di essere figli amati e il resto l’hanno lasciato a Dio.
Perché i santi che celebriamo oggi erano fragili come noi. Francesco d’Assisi nel suo testamento scrive “Quando ero nei peccati”, non solo facevo i peccati, ma ero nei peccati come una condizione che lo avvolgeva tutto. I santi erano gente povera, gente che ha pianto, miti che hanno subito torti, affamati di una giustizia che spesso non hanno visto arrivare. Hanno lasciato che il Regno, cioè la presenza di Dio che ci ama, già presente, li lavorasse da dentro.
Cioè il male, la violenza, la sopraffazione, la corruzione, tutto quello che conosciamo, la lussuria e che ritroviamo in ciascuno e in sé stesso, se siamo onesti, non sono più forti del regno di Dio, del suo amore, del suo Spirito Santo che è presente e lavora dentro di noi.
Chi è il santo? È il credente, qui ci sono dei santi, tutti siamo santi per il battesimo, abitati dallo Spirito Santo che si rivela più forte e più grande di ogni umana debolezza.
L’Apocalisse dice che hanno lavato le loro vesti «rendendole candide nel sangue dell’Agnello». Strana immagine, il sangue che rende candide le vesti. Vuol dire che non ci sono riusciti da soli: li ha resi santi l’amore di uno, Gesù Cristo, che ha dato la vita per loro, l’agnello, è lui che ci rende santi, non la nostra bravura, non la nostra perfezione, è lui che ha dato la vita per noi.
Quest’anno ricordiamo gli ottocento anni del Transito di san Francesco. Negli ultimi mesi e negli ultimi giorni di vita, malato e quasi cieco, anche Francesco, figlio che si è scoperto amato, ha scritto le sue beatitudini. E mi piace stasera in questa chiesa francescana ricordarle.
Le troviamo nel Cantico di frate Sole. Il vescovo e il podestà di Assisi erano in lite, non per questioni di fede, ma per terreni e proprietà che uno non cedeva all’altro, e Francesco che stava morendo era molto addolorato per questa divisione della città, allora completa il suo cantico aggiunge una strofa e manda i frati a cantarla davanti al vescovo e al podestà:
“Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore et sostengono infirmitate et tribulatione. Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace, ka da te, Altissimo, sirano incoronati.”
E il vescovo e il podestà ascoltato questo canto si riconciliano.
Poi, quando ormai sentiva vicina sorella morte, Francesco ha ancora continuato il Cantico delle Creature:
“Beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,” Morire nella volontà, cioè in quell’amore che Dio ha per noi, in quel desiderio di bene che Dio ha avuto per la nostra vita, in quella passione di Dio per vederci felici, veramente secondo il suo cuore, non preda di noi stessi. “ka la morte secunda no ‘l farrà male.” Non la morte solo del corpo, ma la morte dello spirito. Il fallimento di una vita che invece di aprirsi all’amore di Dio e degli altri si è dedicata solo all’amore di sé. Questa è la morte seconda che può restare fissa nell’eternità.
Francesco la tribolazione la conosceva bene, morale, fisica di ogni genere e la chiama per nome. Beato, dice, chi la porta in pace e intanto perdona. “È troppo! Subire torti e subire tribolazioni e perdonare pure quelli mi fanno del male, non ce la faccio!” Ce la fai se scopri di essere un figlio amato, se smetti di combattere non solo con gli altri, ma con Dio perché noi combattiamo con Dio in realtà Perché vorremmo un Dio giustiziero, un Dio che facesse pulizia fuori di noi, non dentro di me, che portasse giustizia fuori, non in me. Questo Dio però non esiste. Esiste il Dio che è padre, che ci ama e quando scopriamo e sperimentiamo di essere i figli amati, allora possiamo portare la tribolazione nella vita e perdonare.
È la via del discorso della montagna. Francesco non l’ha imparata dai libri, l’ha imparata sulla sua carne e questo è l’unico libro dove veramente impariamo qualcosa.
Papa Leone, a Tor Vergata, ha detto ai giovani: «Aspirate alla santità, ovunque voi siate». Ovunque, quindi non santi perché state in convento, non crediate che sia automatico diventare santi solo perché si sta in convento. Ovunque vuol dire in famiglia, al lavoro, in un letto d’ospedale, in una comunità che fa fatica, in una famiglia che si divide, in una famiglia già divisa. Per le beatitudini va bene qualunque posto, purché il cuore lasci entrare il Regno lì dove si trova anche nei luoghi e nei posti dove meno ci aspetteremmo.
Vorrei lasciare a voi, ma anche a me, due gesti per questi giorni cosicché la parola diventi concreta nella nostra vita. Domani, davanti alla tomba dei vostri cari, dite il loro nome. Oggi che molti gettano le ceneri chissà dove “così il mio caro si riunisce a chissà quale spirito”, noi non vogliamo dimenticare i nomi. Il nome non è solo il nome da carta d’identità, se ricordo il nome di mio padre, sento tutto di lui, di mia madre. Ricordiamo il nome e affidiamoli alla misericordia di Dio, anche di qualche defunto che non abbiamo amato particolarmente o addirittura con il quale non siamo riusciti a riconciliarci. Affidiamo loro e noi stessi alla misericordia di Dio.
I santi che oggi celebriamo prendono per mano i nostri morti, e noi li accompagniamo con la preghiera.
La Vergine Maria, che qui venerate come Madonna della Vetrana in quest’icona sull’altare, dallo sguardo dolcissimo, che da secoli veglia sulla vostra comunità, che è qui ai suoi piedi, prenda per mano i nostri morti, i nostri cari e noi accompagniamoli con la preghiera. È importante pregare per i morti perché ci ricorda che anche noi siamo chiamati alla vita e ci ricorda che la purificazione della vita, non termina con la vita perché Dio è misericordia e continua a prepararci all’incontro con lui. Il secondo gesto è più difficile. Tornati a casa, pensate a una persona con cui siete in lite, o a cui dovete un perdono, e fate voi il primo passo. È la beatitudine di Francesco: perdonare per amore e sostenere in pace. È possibile, non abbiamo paura, più facile di quanto pensiamo quando lo facciamo, quando facciamo il primo passo.
Fratelli e sorelle, quella moltitudine vestita di bianco dell’apocalisse non è un sogno lontano per farci evadere da questa vita pesante. Ne facciamo parte già adesso, tutti noi battezzati ogni volta che con le vesti bianche ci raduniamo attorno a questo altare e diciamo, anzi gridiamo, insieme a tutti i Santi: «La salvezza appartiene al nostro Dio e all’Agnello» non ai tiranni di questo mondo che pensano di avere la storia in mano gettando morte e distruzione ovunque.
Siamo figli di Dio fin d’ora. E il regno dei cieli è dei poveri, oggi.
Saluto finale del Ministro Generale a chiusura della solenne celebrazione
Ringrazio fra Mimmo Lotito, l’altro fra Mimmo, padre Pio, padre Giovanni e grazie a tutti voi per l’accoglienza, per sentirci e farmi sentire a casa e sono molto contento di avere scoperto tra i tanti sguardi della Vergine, lo sguardo della Madonna della Vetrana.
È sempre lo stesso sguardo di questa madre di misericordia, però la nostra fede, la devozione dei nostri padri l’ha saputo rappresentare in infiniti modi, tra cui questo. Lo porterò con me, grazie, questo guardo con tanta gioia anche custodendoci a vicenda nella preghiera.
E noi frati minori fra 6 mesi avremo il capitolo generale, cioè l’incontro di tutti i superiori dell’ordine nel mondo, ministri, custodi e altri, saremo 125 per eleggere quello che farà dopo di me questo servizio, il consiglio, ma soprattutto per dirci come vivere da francescani oggi in questo tempo e lo faremo in Vietnam, dall’altra parte del mondo, perché la missione si apre al mondo.
Accompagnateci con la vostra preghiera, per favore, affidateci alla Madonna che è la regina del nostro ordine.Lei ci accompagni!
E in modo particolare oggi e domani ricordiamo i nostri defunti. Ognuno di noi ha i suoi genitori, qualche fratello, parente, amici, anche quelli che non abbiamo amato abbastanza.
E ora vogliamo in un momento di silenzio ricordarli e chiedere alla Madonna e a tutti i santi che li prendano per mano nel cammino verso l’Eterno.
L’eterno riposo dona loro, Signore, risplenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace.
Preghiamo per i defunti perché crediamo che sono vivi in Cristo, vivi in Cristo.Non ci crediamo sempre abbastanza.
E allora questa celebrazione che ci fa guardare i santi, ci fa guardare anche così ai nostri cari morti, vivi in Cristo e alla loro preghiera ci affidiamo guardando alla Vergine, affidando a lei la pace nel mondo in questo momento così difficile dell’umanità, così pericoloso, affidando le nostre famiglie, quanti perdono il lavoro e non riescono a portarlo avanti.Le immagini anche dalla vostra terra di queste ultime settimane sono drammatichePer i giovani non sono qui, ce ne sono pochi e noi ci lamentiamo: “sono lontani” “ma dove sono?” Solo Dio lo sa, ma raggiungiamoli con la nostra preghiera, per i nostri figli, per tutti, per quanti hanno dimenticato il dono della fede e tutti affidiamo alla Vergine Maria.
Ave o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.
Madonna della Vetrana, che hai liberato questa comunità dal male della peste, liberaci oggi dai mali del corpo e dello spirito, perché scopriamo di essere i figli amati del Padre, impariamo a perdonare e ad amare. Madonna della Vetrana, prega per noi.